Fare SEO tra algoritmi, caos e rotte che nessuno ti spiega davvero. Qui si naviga a vista.

Il ruolo del SEO, Search Engine Optimizator, è in certi sensi controverso: passiamo una intera carriera a lavorare su algoritmi, come quelli di Google, che non vorrebbero essere pilotati. Google ci immagina come pirati sospetti. In realtà passiamo metà del tempo a sistemare contenuti non ottimali, siti lenti, architetture confuse, gestendo talvolta aspettative irreali, puntiamo tutti alla posizione 1 (chi allo snippet, con i rischi del caso): il One Piece delle serp.
Questo lavoro ci porta a navigare su rotte incerte, perché sugli algoritmi di Google ci sono solo deboli tracce da seguire, per un sistema che non vuole essere scoperto: studi di esperti dai propri progetti, leaks da processi oltre oceano, e dati da interpretare (sempre) dai mille strumenti di analisi che ogni giorno buttiamo in campo per dare ordine al caos. E qualche guida periodica di Google, di cui ti devi fidare e non fidare, da bravo pirata.
Nessuno ti dà una rotta certa. Hai segnali, correlazioni ed evidenze, magari delle best practice derivanti da test tuoi o di colleghi, ma raramente verità definitive. L’aggiornamento dei criteri è talmente rapido da rendere spesso negativi i motivi che l’anno prima avevano premiato una determinata strategia editoriale: tra core updates, spam policies, AI features e nuove logiche di visibilità in costante aggiornamento, il lavoro ai nostri progetti non può mai davvero definirsi concluso. Hai terminato gli aggiornamenti? Per ora.
Hai completato il piano editoriale? Occhio alle news di settore.
Hai scalato il ranking e sei primo? Aspetta il prossimo update di Google, a dita incrociate.
Non ci si annoia mai, questo è certo.
Il consiglio che si sente più spesso nel nostro settore è “Crea contenuti utili”. Il contesto, però, è oggi davvero ambiguo: utili al lettore, all’algoritmo di Google, alle AI? Siamo in grado di ottimizzare questi tre criteri, non sovrapponibili, in tutte le occasioni?
Sì. È terribilmente faticoso, ma sì. Infatti ne abbiamo fatto un mestiere! 🏴☠️
Eppure, se anche mi piace l’idea di vedere distintamente il nemico davanti a me, la flotta della marina schierata, in divisa ben distinta, pronta a far fuoco contro la piccola caravella e il tuo equipaggio esiguo, il pirata deve far fronte ad una grande verità: non facciamo SEO contro Google. Facciamo SEO dentro Google. Ed è molto più scomodo.
Combattiamo una battaglia in casa d’altri, e non siamo stati certo invitati dal padrone di casa.
Il gioco, oggi, non è più solo comparire tra i primi link nelle serp (sperando non ci siano ADS infinite, AI overview, MAPS, carousel, ecc.). È diventato anche capire come essere citabili, recuperabili e semanticamente chiari nei sistemi di AI e LLM che reinterpretano il nostro contenuto, sperando riescano a portare, insieme ai concetti, anche le leve necessarie per darci il quid in più rispetto ai competitor, ed essere scelti per quel fatidico, agognato, minuscolo e fondamentale click tra le fonti di GPT & Friends. E occhio al favicon, che se è brutto non ti cliccano.
Oggi, più che mai, devi essere un’entità, un soggetto riconoscibile, e devi avere davvero qualcosa da dire nel tuo settore. Sul come fare, poi, ad arrivare ad algoritmi e persone, ognuno ha la sua rotta.
(…un sentito grazie a Netflix, per aver sdoganato passioni per me ventennali come One Piece e Dungeons & Dragons, in modo da farmi sentire meno nerd e incompreso).
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Nessun DEV è stato maltrattato nel processo.





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